Una birra artigianale per la riscoperta del territorio

È in dubbio che ogni prodotto fatto con passione e che rientri o meno nella categoria artigianale, sia legato al territorio in cui nasce. Nel mondo della birra, più aperto alle contaminazioni, tutto ciò assume un’importanza fondamentale, rendendolo una freccia fondamentale per la riscoperta dei sapori, dei luoghi e delle bellezze del paese.

BeerBrugna LoverBeer - Birra legata al territorio

BeerBrugna LoverBeer – Birra legata al territorio

Ogni birrificio italiani che si rispetti, negli ultimi anni si sta specializzando in linee di prodotti caratterizzate dall’utilizzo di materie prime rintracciabili nel luogo in cui sorge l’attività. Si pensi ad esempio a Birra del Borgo, con la “Duchessa” prodotta con farro proveniente dalla riserva dei Monti della Duchessa, oppure alla “Genziana” che va alla riscoperta di una radice ampiamente utilizzata in Abruzzo. LoverBeer con la “BeerBrugna” impiega le susine damaschine, il Birrificio Sorrento utilizza la buccia dei limoni di Sorrento per produrre la “Syrentum”, il piccolo birrificio Birra di Fiemme nella sua “Lupinus” si contraddistingue per l’uso del Lupino prodotto in Alto AdigeUltima tendenza è senza dubbio l’utilizzo dell’uva, che ha permesso di ideare birre con mosto d’uva. Il birrificio sardo Barley, ad esempio, utilizza quello di Cannonau, mentre il birrificio Montegioco nella “Open Mind” usa mosto di Barbera. Il lagame con il territorio non riguarda solamente le materie prime che vengono utilizzate, ma anche le tradizioni italiane, come la produzione di grandi vini e distillanti andando a riutilizzare le botti nella fase di maturazione come fa il birrificio Baladin. Collaborazioni legate anche all’artigianato locale, se si pensa a Birra Perugia che utilizza bottiglie in ceramica, proveniente dall’eccellenze di Deruta, per produrre il proprio Barley Wine.

Birra artigianale legata al territorio

Birra artigianale legata al territorio

Riscoprendo i prodotti del territorio ed impiagarli nella produzione, si traina il mercato locale ormai vittima della crisi e dall’invasione della grande distribuzione. Non sono indifferenti anche i benefici che il turismo legato al mondo della birra sta creando: organizzando eventi fuori dalle città, o aprendo gli impianti di produzione al pubblico, si incentiva la riscoperta di zone meno conosciute, rivitalizzando l’economia periferica e la riscoperta delle bellezze culturali. La ricerca della qualità, ha anche permesso l’apertura di numerosi locali che oltre a spillare birra di qualità, servono ottimo cibo con un occhio di riguardo alla provenienza dei prodotti. 

Per questi motivi la nascita dell’eccellenza birrofila non è solo una gioia per il palato, ma un’opportunità per risollevare un grande paese che forse ha perso coscienza di se e che merita di ritrovare la bellezza di un tempo.

Oyster Stout: un connubio che arriva dal passato

Birra e ostriche? Molte persone tra cui i puristi del vino e dello Champagne sentenzieranno che è un’assurdità inventata dagli amanti della birra, in realtà però è un’accoppiata vincente che ha più di duecento anni.

Birra e ostriche - Oyster Stout

Birra e ostriche – Oyster Stout

L’Oyster Stout in epoca vittoriana era un semplice abbinamento composto dalle classiche Stout prodotte in Inghilterra e in Irlanda con le ostriche, mollusco che all’epoca non era ancora così caro ma alla portata di quasi tutte le classi. Alla fine dell’800 i mastri birrai cominciarono ad usare le ostriche, in particolare i gusci ricchi di carbonato di calcio, come chiarificante naturale. Successivamente, probabilmente per caso come tutte le scoperte dell’uomo, qualcuno notò che i molluschi con la propria componente salina e salmastra, donavano il giusto retrogusto ai sapori tostati provenienti dal malto. Le ostriche così diventarono ingrediente fondamentale prima come materia prima aggiunta in bollitura, e successivamente intorno al 1929, in particolare in Nuova Zelanda, venne sperimentato l’utilizzo dei molluschi direttamente nella fase di mashingIn realtà però questo genere non ebbe mai una completa diffusione, sopratutto se paragonato al classico abbinamento, che ebbe successivamente una lieve flessione dovuta alla scomparsa delle ostriche dai pub e taverne per diventare un prodotto di elite.

Porterhouse Oyster Stout

Porterhouse Oyster Stout

Con la rinascita internazionale del mondo della birra artigianale, l’antica tradizione venne riportata alla luce prima negli Stati Uniti, successivamente nel paese di origine, fino ad arrivare in Italia. Tuttavia non tutte le birre che si fregiano del nome di Oyster Stout possono vantare l’impiego di questo nobile mollusco, infatti in molte produzioni il termine viene utilizzato per ricordare il giusto abbinamento oppure, in altri casi, vengono utilizzati aromi non di derivazione naturale. Non è un ottimo esempio la Marstons “Oyster Stout”, birra che già non è eccezionale di suo e che oltretutto le ostriche non le hai mai viste. 

Tra le più famose invece, è da segnalare l’irlandese Porterhouse, prodotta con ostriche fresche, ma è in America che la produzione è rinata. Da segnalare sono quelle prodotte dalla Arbor, Flying Dog e New BelgiumIn Italia le Oyster Stout sono state portate alla luce da Leonardo Di Vincenzo di Birra del Borgo, con la propria “Perle ai porci”. Basata sulla ricetta classica irlandese, vengono aggiunte per circa 30 minuti in fase di bollitura, 15 kg di ostriche Fin de Claire N2, provenienti dalla Bretagna, su 500 litri di mosto.

Leonardo Di Vincezo - Birra del Borgo - Perle ai porci

Leonardo Di Vincezo – Birra del Borgo – Perle ai porci

Nelle ultime versioni inoltre, viene aggiunta anche una parte di telline provenienti dal litorale romano. Il pubblico sembra aver apprezzato ed è diventata una bizzarria prodotta ininterrottamente dal 2011

Il successo del connubio birra e ostriche ha portato alla creazione dell’evento Oyster Day, organizzato dalla stessa Birra del Borgo, e che si ripete da diversi anni raccogliendo appassionati da tutta Italia.

Non sei ancora convinto? Prova un abbinamento tra una Stout e ostriche con un’elevata componente salina, ne rimarrai sorpreso. Altrimenti goditi semplicemente una Oyster Stout senza pensare che nella tua birra ci siano dei molluschi, il palato ti premierà.

Birra Perugia “Calibro7” (APA)

Ci sono birre particolarmente adatte per la stagione estiva, tra queste le birre dall’accento beverino, rinfrescante, come dovrebbe essere una American Pale Ale

La Fabbrica della Birra Perugia è recente nel panorama brassicolo italiano e si contraddistingue rispetto a molti altri birrifici nel non voler strafare, producendo birre ben bilanciate e adatte a tutti i palati.

Birra Perugia - Calibro7

Birra Perugia – Calibro7

La “Calibro7” è l’APA della casa, recente vincitrice del premio Birra dell’anno 2015 nella propria categoria, sorprendentemente davanti alla più carica “Reale Extra” di Birra del Borgo. La birra è bella alla vista, con un cappello di schiuma non elevata ma persistente e di color ambrato, velata e con riflessi dorati. Al naso è fresca con una componente aromatica elevata, regalando note agrumate e di frutta tropicale oltre ai sentori erbacei donati dall’intenso dry-hopping di ben sette luppoli: Motueka, Galaxy, Citra, Mosaic, Calypso, Chinook e Soraci AceIn bocca si presenta beverina, con un corpo leggero, una carbonazione importante e una componente alcolica molto bassa con i suoi 5.6% gradi. L’aroma è ben bilanciato dalla nota dolce rilasciati dal malto d’orzo e sopratutto dalla leggerezza conferita dal frumento. Le note erbacee, presenti ma mai eccessive, nonostante le tante tipologie utilizzate, conferiscono il giusto contrasto di secchezza.

Esempio di equilibrio non è una birra ruffiana, alcuni potrebbero giudicarla poco intensa, ma è un prodotto elegante e adatta alla stagione più calda magari davanti al mare o comunque all’aria aperta. Inoltre è un giusto punto di ingresso nel mondo dell’amaro, per virare poi su prodotti più taglienti se lo si desidera.

Manuele Colonna "Birra in Franconia" (Publigiovane Editore)

Birra in Franconia - Manuele Colonna

Birra in Franconia – Manuele Colonna

La recente presa di coscienza da parte di consumatori sul tema birra, ha portato grande fermento nel mondo dell’editoria legata al tema brassicolo. In particolare gli autori italiani si sono concentrati sull’homebrewing e su guide alla scoperta dei birrifici italiani ed esteri in stile Gambero Rosso. Rispetto al mondo anglosassone ed americano, sono carenti i libri dedicati alla scoperta di una nazione, una regione, che non siano concentrati esclusivamente sulla mera recensione del birrificio. Libri che regalano al lettore uno spaccato sulle tradizioni, trasformando la lettura in una avventura alla scoperta delle eccellenze locali.

Un capostipite italiano è arrivato direttamente dalle mani di Manuele Colonna, publican romano del Ma che siete venuti a fa’ e socio del Bir&Fud, noto per la sua passione sulla birra tedesca e per l’organizzazione di festival come Birre sotto l’albero e il più recente Franken Bier Fest. Proprio alla Germania e più precisamente della Franconia, è dedicato “Birra in Franconia” recentemente rilasciato per la collana Fermento Birra BookIl lavoro differisce rispetto ai libri passati anche per l’impaginazione, con numerose foto scattate sul campo e con alcune curate dal noto beer traveller americano Michel James, rendendo il libro più vivo e meno distaccato. Di certo però le foto rappresentano solo una piacevole cornice al racconto di un viaggio alla scoperta del territorio dell’alta Baviera, partendo dal capoluogo della Franconia, Bamberga, fino ad arrivare alle zone più isolate e meno frequentate. Scoprendo tradizioni millenarie, in una regione dove la popolazione non beve le birre, ma la birra locale e che molte volte è quella servita da anni ed anni dal proprio locale preferito.

Manuele Colonna - Birra in Franconia

Manuele Colonna – Birra in Franconia

Durante il viaggio si entra nei più famosi birrifici locali come Gaenstaller, Hummel, Spezial, Schlenkerlabirrifici comunali, e si esplorano addirittura alcune produzioni casalinghe, dove la birra prodotta è appena sufficiente per soddisfare la comunità locale. Scoprendo che in realtà il genere tipico non è la Rauchbier, ma bensì le più fresche Kellerbier, quelle vere come le Ungespundet, servite direttamente a caduta dalla botte e apprezzate magari nelle grotte (Bierkeller), trasformate in locali di mescita all’aperto e più isolate rispetto ai birrifici. Discutendo sulle nuove tendenze, non sempre apprezzabili, sulla qualità della birra non sempre costante e segno di una rusticità che contraddistingue un modo di fare la birra antico e lontano dalla tendenza di voler sorprendere sempre il palato. Il libro è anche dotato di una pratica cartina e di una legenda dove sono segnati i locali imperdibili, da segnalare e se è possibile mangiare o dormire, ottimo per non impazzire tra i numerosi birrifici presenti.

Un lavoro che ci ricorda l’importanza del viaggio e della scoperta, regalando una visione diversa sulla birra tedesca a volte fin troppo relegata ai prodotti non eccelsi del sud della Baviera. Inoltre, il libro è apprezzabile da tutti, in quanto non vengono quasi mai usati tecnicismi che rendono difficile la lettura ai meno esperti. Manuele Colonna ha lanciato una nuova possibile collana?

Redhook “Long Hammer IPA” (IPA)

L’espansione dei birrifici americani non è più limitata al suolo nazionale e sopratutto i marchi più grandi e al limite tra artigianale e produzioni più allargate sono alla ricerca di terre di conquista nella grande distribuzione italiana. Come già accennato in due precedenti recensioni: l’“Esb” della stessa Redhook e la “Upheaveal IPA” della Widmer Brothers, risultano frutto di una importazione di birra prodotta dalla Craft Beer Alliance, gruppo di birrifici americani tra cui anche l’hawaiana Kona Brewing Company, da parte dell’importatore Dibevit e vendute nei principali supermercati.

Redhook - Long Hammer IPA

Redhook – Long Hammer IPA

La “Long Hammer IPA” ricorda molto la sorella “Upheaveal IPA”, leggermente più beverina, e rappresenta una buona porta di ingresso verso il mondo dei sapori americani. Alla vista è gradevole, di colore ambra e non troppo velata, presenta una lieve schiuma bianca dalla breve persistenza, forse smorzata dal viaggio dagli Stati Uniti all’ItaliaL’olfatto non ha risentito molto dell’importazione e presenta note di frutta tropicale, pesca e un marcato aroma di luppoli americani, probabilmente dovuto al dry-hopping di CascadeAll’assaggio appare non troppo carbonata, con un corpo tra il medio e il leggero, ma con un iniziale impatto resinoso non indifferente nonostante i soli 44 IBU riportati. Con il susseguirsi della bevuta il luppolo tende ad affievolirsi, lasciando in primo piano le note fruttate riconducibili in questo caso all’albicocca e alla pesca. Nel complesso una birra non troppo beverina ma neanche difficile da bere con i suoi soli 6.2% gradi abv, gradevole ma che non fa gridare al miracolo ed essendo non troppo lontani dalla data di imbottigliamento (04 Novembre 2014), in patria non dovrebbe avere avuto un gusto molto lontano da quello attuale, ad eccezione forse della persistenza della schiuma.

Una birra che se cala leggermente di prezzo, siamo intorno ai 2.30 €, potrebbe trovare spazio tra le birre industriali e quelle artigianali italiane, attualmente ricoperto dalla birre belghe di ben altra qualità e di tipologia ben differente con la tendenza a virare più sui gusti dolci e corposi.

Pierre Celis: il lattaio belga che salvò le Blanche

La Blanche è un genere di birra originario del Belgio prodotto con una generosa quantità di frumento non maltato e con l’aggiunta di spezie come il coriandolo e scorze di arancia Curaçao. È un prodotto beverino, rinfrescante e ottimo per la stagione estiva, che regala piacevoli note agrumate non sempre apprezzate da tutti gli appassionati di birra. In Belgio, in particolare della zona intorno a Hoegaarden, nel diciasettesimo secolo erano operanti ben trenta birrifici che producevano Blanche sul territorio locale. Dalla fine dell’800 iniziò il declino, accellerato dalla prima e seconda guerra mondiale e dall’aumento del consumo di Pils, che portarono alla scomparsa del genere intorno al 1950.

Pierre Celis: il lattaio belga che salvò le Blanche

Pierre Celis: il lattaio belga che salvò le Blanche

Pierre Celis, nato del 1925, figlio di un allevatore locale e lattaio professionista, durante gli anni dell’adolescenza lavorò come aiutante presso uno degli ultimi mastri birrai presenti ad Hoegaarden: Louis Tomsin. Nei primi anni ’60 parlando con degli amici che si lamentarono della scomparsa delle Blanche (anche conosciuta come Witbier) e nella noiosità della classiche Lager, prese forma quello che nel 1966 venne chiamato Celis BrouwerijUn nuovo birrificio locale, dedito alla produzione dell’ormai scomparso genere della birra bianca belga che rischiava non arrivare ai giorni nostri. Acquistato un vecchio impianto con l’aiuto del padre, ebbe subito un discreto successo conquistando i gusti dei vecchi amanti e dei giovani universitari di Louvain preferendola alle Pils che invadevano il mercato. Gli affari con il tempo migliorano sempre di più guidando l’espansione del birrificio in tutto il Belgio fino all’esportazione della propria birra nei Paesi Bassi, in Francia e addirittura in America. Questo portò ad una enorme domanda di Blanche e spinse altri birrifici alla produzione di quello che attualmente è uno dei generi più prodotti sia sul territorio nazionale ma anche fra i birrifici italiani. La Blanche era salva. 

Hoegaarden - Pierre Celis

Hoegaarden – Pierre Celis

Durante il periodo invernale la vendita di birra calava, in quanto la gente richiedeva birre più forti, convincendolo alla produzione della “Gran Cru”, attualmente ancora in vendita e che ebbe un enorme successo. Nella produzione della propria witbier, chiamata “Hoegaarden” come il proprio paese ed una delle Blanche più famoso al mondo, Celis ha rivelato, di non usare luppoli belga che non fornivano il giusto apporto aromatico presente invece nell’inglese Kent Goldings e che a quel tempo la torbidezza della birra era dovuta a infezioni che rendevano la birra ottima solo per tre settimane. Una delle infezioni era dovuta ai batteri lattici che lasciavano sentori acidi nel birra, problema risolto nel primo periodo con l’introduzione di una pastorizzazione veloce. A Pierre Celis si deve anche l’introduzione del classico bicchiere basso e corpulento, derivato da un prototipo italiano scoperto in un negozio locale, ed adatto per essere immerso nel ghiaccio allo scopo di raggiungere le basse temperature di servizio.

Purtroppo all’interno nel nuovo birrificio De Kluis Brouwerij, nato per far fronte alle continue richieste del mercato, scoppiò un incendio che distrusse quasi completamento l’intero impianto. Celis era assicurato solo parzialmente e riuscì a recuperare solo 40 milioni di franchi belga sui 250 necessari per la ricostruzione. Questo lo portò ad accettare un’offerta della Stella Artois che assicurava il finanziamento per la ricostruzione dell’impianto in cambio del 45% del birrificio. Nei primi anni e fino all’acquisizione della Stella Artois da parte della multinazionale Interbrew, il mastrobirraio era libero di produrre la propria birra senza interferenza. Nel 1988, con l’avvento della nuova multinazionale belga, venne chiesto a Celis di produrre i propri prodotti con materie prime più economiche, richiesta che non poteva essere accettata e portò alla vendita del restante 55% della proprietà.

Celis White - Pierre Celis

Celis White – Pierre Celis

Celis raggiunti i 65 anni e privato della sua creatura, decise di espatriare e continuare a produrre birra negli Stati Uniti. In terra americana fondò nel 1990, la Celis Brewery, birrificio con sede a Austin, Texas. La città texana presentava un’acqua forte, ricca di calcio, come quella di Hoegaarden ed inoltre il Texas era stato scelto in quanto gli abitanti parlavano l’americano più lentamente, aiutando il belga alla comprensione dell’inglese. Come in Belgio, anche qui le proprie birre tra cui la “Celis White”, riscuote un enorme successo che richiede un’urgente espansione delle proprie attrezzature, che venne effettuato stringendo un nuovo patto con il diavolo: la vendita di una parte della società al colosso americano Miller. Negli Stati Uniti, così come era successo in Belgio, le sue birre hanno portato all’aumento della domanda locale e alla produzione da parte dei nuovi birrifici craft locali. Purtroppo però, anche questa storia finisce male, la Miller pretende più controllo sulla produzione e nel 1995 Celis vende anche questo birrificio.

Nel finale della sua vita il belga torna in patria, dove collabora con la produzione della la St. Bernardus “Wit” e della “Grotten Bier”, parente delle moderne birre Champagne.

Piere Celis ha dedicato la sua vita dedicata alla produzione di birra, forgiandone la storia salvando un genere destinato all’oblio, e purtroppo minato dalle false promesse dei grandi capitali. La sua esperienza e la sua passione dovrebbe essere di insegnamento ad ogni birraio che si rispetti.

De Struise - Pannepot 2014 (Belgian Strong Ale)

De Struise - Pannepot 2014

De Struise – Pannepot 2014

Nel mondo della birra esistono classici che non tramontano mai, birre che ogni volta che vengono riassaporate riportano alla mente le prime sensazioni provate e i ricordi legati alle bevute in compagnia di questi piccoli capolavori. Tra queste birre non è possibile non annoverare la “Pannepot” del birrificio belga De Struise, prodotto bandiera di uno dei migliori birrifici al mondo.

Detta “Old Fisherman’s Ale”, è classificabile come una Belgian Dark Strong Ale, risposta belga alle Stout inglesi ed è la rievocazione di una birra dei primi anni del ‘900 prodotta nel villaggio De Panne, vicino al confine francese. La birra bevuta è un’edizione particolarmente giovane, marcata anno 2014 e che probabilmente il tempo le avrebbe conferito ulteriore prestigio, ma come si fa a resistere a tali piaceri? Inoltre è l’edizione base, un po’ meno famosa della versioni Reserva e Gran Reserva, ma il carattere di un prodotto di questo livello è già apprezzabile e godibile.

La birra si presenta molto scura, quasi nera come una Stout ma con riflessi color tonaca di frate che le regalano un aspetto elegante, quasi da grande distillato. La schiuma è particolarmente cremosa e dal colore di crosta di pane, stranamente poco persistente rispetto ad altre edizioni assaporate. All’olfatto è possibile percepire un intenso aroma di caffè, cacao, frutta secca e malto tostato, inoltre è leggermente percepibile l’importante nota alcolica. Nonostante la rifermentazione in bottiglia, la Pannepot si presenta leggermente meno carbonata della media belga. Il corpo è importante ma non eccessivo, sicuramente più difficoltosa della Westvleteren, ma non eccessiva da rendere la birra difficile la bevuta. In bocca si avvertono sensazioni vellutate, con sapori che richiamano quelli sprigionati dalla componente olfattiva ma più intensi e con anche qui l’alcol in evidenza (10% abv). Ci si aspetta una birra molto dolce e, nonostante la componente caramellosa sia presente, è bilanciata dall’amaro donato dai malti torrefatti e dalla secchezza nel finale che rende la bevuta mai banale.

È un birra adatta alla stagione invernale, da assaporare dopo i pasti comodamente rilassati su una poltrona e che conferisce al corpo un calore sensazionale. Una delle migliori espressioni belga e che merita un posto tra le migliori birre al mondo.

Birrifici italiani: alla scoperta di Birra Perugia

Fabbrica della Birra Perugia

Fabbrica della Birra Perugia

L’idea di aprire un birrificio a Perugia nasce da un gruppo di ragazzi, accomunati dalla passione per la birra, che per caso scoprono dei cartelli pubblicitari su una fantomatica Fabbrica della Birra di PerugiaQuesta società nasceva nel lontano 1875 ad opera di Ferdinando Sanvico, che instaurò in pieno centro storico di Perugia uno dei primi birrifici italiani, contemporaneo ai marchi storici industriali come Forst, Dreher e Peroni. Nei primi anni del ‘900 il marchio acquisì un livello di produzione tale da riuscire a coprire buona parte del centro Italia. Il successo attirò gli occhi del gruppo industriale della Peroni che ne acquistò il marchio e ne provocò nel 1927 la chiusura dell’attività. Il marchio della fabbrica fu acquistato pochi anni fa dall’attuale gruppo di soci che ha trasformato l’idea produttiva da un birrificio industriale ad uno improntato sul prodotti artigianali.

La filosofia di produzione e di espansione dei propri prodotti si avvicina molto al concetto di birrificio locale e legato al territorio, idea rielaborata dal rinascimento birrofilo americano che consiste prima nel soddisfare i bisogni del territorio circostante e poi successivamente espandersi a livello nazionale. Filosofia non ampiamente diffusa in Italia, dove il modello produttivo è basato sull’espansione a livello nazionale con costante presenza agli eventi che si tengono su tutto il suolo italiano tendendo a trascurare il proprio luogo di origine. In particolare se si pensa alla birra artigianale in Umbria, il pensiero non può che andare a Birra dell’Eremo, ben più noto birrificio, che però sul territorio regionale e provinciale è poco presente lasciando terreno fertile per la linea classica di Birra Perugia.

Fabbrica della Birra Perugia - Foto storica

Fabbrica della Birra Perugia – Foto storica

La linea classica della produzione di Birra Perugia è nata con l’intento di offrire birra di buona qualità ma che sia apprezzabile anche a chi non è un avvezzo ai nuovi prodotti. Composta dalle beverine “Golden Ale” e “American Red Ale” e dai gusti più ricercati come le note di caffè della “Chocolate Porter”, ricalca quello che forse è un settore poco curato, ad eccezione di alcuni grandi nomi, dai birrifici italiani: la birra quotidiana, quella che soddisfa ma che non stupisce. La linea creativa, è il ramo di produzione che avvicina Birra Perugia alle migliori produzioni nostrane ed internazionali sopratutto nella scelta delle materie prime e nel grande equilibrio impresso ai propri prodotti. L’equilibrio infatti, è un altro punto cardine che contraddistingue la produzione di questo birrificio: non esagerare né nell’amaro né nelle note caramellate e neppure nelle note alcoliche, raggiungere l’armonia senza strafare. Punto cardine di questo concetto è la “Calibro7″, fresca APA che dà armonia alle note erbacee dei suoi sette luppoli e le note dolci fornite dai malti Pale Ale e Crystal. Armonia che ha sorpreso anche i giudici di Birra dell’anno 2015 e che le ha permesso di conquistare la medaglia d’oro alla prima partecipazione. Secondo prodotto della linea creativa è la “ILA”, Scotch Ale affinata in botti di whisky scozzese (precisamente dall’isola di Islay)  e nata dalla collaborazione con Samaroli, noto selezionatore di distillanti.

Antonio Boco - Fabbrica della Birra Perugia

Antonio Boco – Fabbrica della Birra Perugia

Un altro punto fisso di Birra Perugia è il legale con il proprio territorio che ha portato alla collaborazione con diversi produttori legati alla terra umbra. Ad esempio viene prodotto un Barley Wine, in versione non barricata ed una affinata in botti, che è doppiamente legata al territorio in cui è nata. L’affinamento infatti, è realizzato in botti di rovere francese che hanno ospitato celebri vini umbri di Torgiano e l’edizione speciale del Barley Wine è venduta in anfore di ceramica di Deruta, altra eccellenza regionale. Ultimo legame con la storia del territorio è la “Suburbia”, dedicata ad uno storico locale punk – rock, è frutto di una collaborazione con Bruno Carilli di Toccalmatto. Rappresenta tutto ciò che ci si aspetta da una IPA di derivazione inglese: amara ma non troppo e che dà sul terroso grazie al luppolo East Kent Golding.

Birra Perugia è una piccola realtà (impianto di produzione da 10 hl) che promette molto bene e che tenendo fede alla propria ricerca di birre quotidiane, equilibrate e legate al territorio, riuscirà a ritagliarsi uno spazio nel variegato mercato della birra artigianale italiana.

Michael Jackson “Storie nel bicchiere - Di birra, di whisky, di vita” (Slow Food)

Michael Jackson - Birra e whisky

Michael Jackson – Birra e whisky

Cimentandosi nella difficile ricostruzione dei personaggi che hanno influenzato maggiormente la rinascita del mondo della birra internazionale, non si può non pensare a Michael Jackson. Ovviamente non si parla del ben noto cantante, ma dello scrittore inglese, passato agli onori per la trasmissione televisiva “Beer Hunter” e per gli innumerevoli libri di birra e whisky tra cui “The World Guide to Beer”. Prima di morire nel 2006 affetto dal morbo di Parkinson scrisse un libro per l’italiana Slow Food dal titolo “Storie nel bicchiere – Di birra, di whisky, di vita”, raccolta dei migliori articoli scritti per la rivista Slow e non solo.

Il libro non è classificabile come i precedenti lavori dello scrittore, in quanto non tratta interamente di birra o di whisky ma sono presenti anche racconti di vita oltre ai viaggi alla scoperta dei migliori prodotti locali e di pub con eventuali indirizzi annessi. Si parte dall’adolescenza, ai primi lavori da giornalista in Scozia che lo hanno portato alla scoperta sia della birra che dei whisky, fino all’affermazione come critico ed esperto internazionale. Tutti i suoi racconti hanno una valenza storica significativa in quanto sono scritti dalla fine degli anni ’70 fino ai primi anni del 2000, raccontando delle usanze storiche che contraddistinguono la vita quotidiana di Regno Unito e Irlanda, le testimonianze provenienti dal classicismo belga e concludendo con la rinascita del mondo birraio prima negli Stati Uniti e successivamente in Italia, fornendo uno sguardo sul mondo della birra prima della sua consacrazione.

Michael Jackson - Birra e whisky

Michael Jackson – Birra e whisky

Il viaggio intorno al mondo, guidati sapientemente dalla penna di Michael Jackson, inizierà nello Yorkshire, terra natale dell’autore, dove fish and chips e cibo indiano la fanno da padrona. Nei capitoli successivi il viaggio prenderà forma andando alla scoperta dei migliori pub a New York, della birra cinese e del rinascimento alcolico del Giappone, proseguendo per le abbazie trappiste in Belgio e scoprendo il curioso abbinamento tra birra e uova di gabbiano in NorvegiaNella parte finale del libro si scopriranno i migliori whisky scozzesi single-malt e il mondo dei blender. Si verrà catapultati in Belgio per un viaggio nella terra del Lambic e dei cavalierati della birra, negli Stati Uniti si andrà alla ricerca dei birrifici, dei luppoli e di un’alga che rende la birra più bella.

Un libro ricco di aneddoti, che con l’ironia che contraddistingue lo scrittore, permette di arricchire la conoscenza del mondo birrofilo e introduce il lettore all’universo dei whisky. Non è la classica lettura che attira un appassionato, ma con ricchezza di particolari approfondisce temi come la quotidianità della birra nel Regno Unito e in altre parti del mondo, che difficilmente vengono trattati in altri libri del settore. È l’eredità, il bagaglio di esperienze che l’autore ha voluto lasciare ai propri lettori prima di lasciarli per sempre.