Guida alla scelta della birra per chi non ne sa nulla (Seconda parte)

Guida alla scelta della birra per chi non ne sa nulla

Guida alla scelta della birra per chi non ne sa nulla

Proseguendo con la seconda parte della guida sulla scelta della birra, passiamo alla descrizione dei generi più comuni che si possono incontrare nei locali italiani ed internazionali. Come detto nella prima parte, i termini usati per le descrizioni possono essere volutamente non precisi, ma permettono un accesso diretto ai meno avvezzi. In questo articolo parleremo delle birre ad alta fermentazione divise in tre categorie: amare, dolci ed acide. Ricordatevi però che bisogna fare sempre affidamento al publican in quanto, nel mondo della birra artigianale, una birra che è catalogata sotto un certo genere potrebbe non essere perfettamente aderente.

Birre amare

Sono le birre che stanno riscontrando più successo, sopratutto tra i giovani, e i nuovi arrivati. Possiamo dividerle in due scuole fondamentali: quelle provenienti dagli Stati Uniti che hanno iniziato la rivoluzione, e quelle prodotte in Europa.

IPA

Chi non hai mai visto una IPA in un locale italiano? È una birra che varia dal giallo chiaro all’arancione e può essere più o meno amara. Il grado di amaro di solito è indicato con l’indice IBU, più alto e più è amara. È contraddistinta da aromi di frutta tropicale in alcune incarnazioni e intensamente caramellate in altre. Le versioni ispirate ai prodotti americani sono tendenzialmente più amare rispetto alle originali provenienti dall’Inghilterra.

APA

Versione più aromatica, a volte con una gradazione inferiore e con un aroma di luppolo più marcato. Ottime come inizio serata e per la calura estiva, è consigliata a chi piace l’amaro, ma che non vuole esagerare. Nel colore a volte più chiare rispetto ad alcune IPA.

Bitter / ESB / Pale Ale

Generi di provenienza inglese, hanno un apporto di amaro più basso e in linea con alcune APA. I sapori sprigionati dai luppoli sono differenti, leggermente più chiusi e terrosi. Adatte a tutte le stagioni, danno il meglio però nella stagione invernale.

Stout / Porter

Questo genere di birra, proveniente dagli UK e dall’Irlanda è a cavallo tra le birre amare e quelle dolci. L’amaro è comunque proveniente dal malto, quindi più simile al caramello molto scuro, tostato. Richiama gli aromi della cioccolata, del cacao, del caffè e in alcune versioni anche di latte. Ha gradazioni alcoliche non elevate, tranne nelle incarnazioni Imperial dove arriva a quantità di alcol considerevoli. A seconda da dove provengono posso essere più amare o più tendenti al dolce.

Birre dolci

Di solito le birre più dolci sono di derivazione belga e inizialmente hanno avuto un enorme riscontro nelle produzioni artigianali italiane. Sono assimilabili a questa categoria anche birre tedesche prodotte ad alta fermentazione.

Blanche

Birra dagli aromi agrumati, speziati e contraddistinta dal frumento, che la rende leggera e scorrevole. Di facile bevuta, è di solito consigliata alle donne, e nelle migliori incarnazioni è ottima per aperitivi e giornate estive. La gradazione alcolica è contenuta e il colore è giallo paglierino, molto opalescente.

Weisse

Versione tedesca delle Blanche, risulta essere meno speziata, più dolce e meno leggera, contraddistinta da lievi sentori di banana. È una delle prime birre che si bevono, dopo le classiche Lager.

Dubbel

Genere di provenienza belga, risulta essere mediamente scura, vicino al marrone chiaro. È molto dolce, con gradazione alcolica media e abbastanza frizzante. Per chi amano i sapori dolci, può essere un’ottima scelta.

Tripel

Uno dei generi più amati, è una birra non troppo dolce, con un grado alcolico un po’ più elevato di una Dubbel, ma risulta essere molto più chiara. È una birra che scorre facilmente e non è eccessivamente dolce.

Belgian Strong Ale / Quadrupel

Genere un po’ più impegnativo dei precedenti, presenta una gradazione alcolica molto elevata, fino a 10/12 gradi e un colore molto scuro, tra il marrone e il nero. Ha sentori di cioccolato, frutta rossa e caffè. Si tratta di birre molto dolci e adatte ad essere bevute fuori dai pasti o al massimo abbinate con qualche dolce. È un genere che può regalare emozioni.

Saison

Le Saison sono tipologie di birre di cui è difficile dare una classificazione. Sono secche, alcune anche con un certo grado di amaro e altre con note acide. Con una gradazione più alta di una Blanche o di Weisse, sono ottime birre per chi vuole qualcosa di leggero ma con aromi più decisi. Sono molto frizzanti.

Birre acide

Un piccolo cameo anche sulle birre acide. Non sono un genere decisamente facile da provare, ma allenando il palato possono riservare delle gioie future.

Berliner Weisse

Birra difficile da trovare, ricche di frumento ma con sentori acidi, soprattutto lattici. Fresca e non eccessivamente difficile da bere, anche se in Germania la preferisco insieme a dei succhi di frutta.

Gose

Birra anch’essa molto fresca, contraddistinta dall’utilizzo di acqua salata in produzione. Il salato non è eccessivo nelle versioni tedesche, mentre nelle versioni italiane è più marcato. Sono riscontrabili sapori acidi di provenienza lattica.

Lambic / Gueuze

Sono le birre più acide che potreste bere, con sentori selvaggi e non adatte ai palati meno abituati. Si discostano dalle classiche birre e hanno un colore chiaro fino all’arancione, inoltre sono abbastanza frizzanti. Si avvicinano al mondo del vino, soprattuto quello bianco. L’acido è più tendente al citrico e all’acetico.

Kriek / Framboise

Base Lambic e prodotte con frutta fresca in maturazione. Nel caso della Kriek si utilizzando le ciliegie, mentre nel caso delle Framboise i lamponi. Ne sono prodotte anche altre con albicocche, uva e altre tipologie di frutta. Un po’ più dolci delle Geuze, ma non eccessivamente e con la nota acida sempre in primo piano.

Oud Bruin / Flemish red brown

Birre acide con sapori tendenti alla frutta rossa, cioccolato, ma con una sferzata acida di tipo lattico. Un po’ possono ricordare l’aceto balsamico di Modena, birre davvero interessanti, se capite.

Non tutti i generi sono stati trattati, ma conoscere questi sicuramente è un bel passo avanti. Nel prossimo articolo parleremo delle birre a bassa fermentazione, prodotte principalmente in Germania, Repubblica Ceca e alcuni paesi dell’Est.

Birra senza glutine: le alternative alle birre industriali

Birra artigianale senza glutine

Birra artigianale senza glutine

Mentre il mondo della birra artigianale è in continuo fermento, i celiaci non possono godere dell’ampia scelta di birre prodotte dal mercato italiano ed estero. La celiachia è una malattia autoimmune dell’intestino tenue, che si verifica su individui di qualsiasi età, che ne sono geneticamente predisposti. La malattia è causata da una reazione alla gliadina, proteina del glutine, presente nel grano e in altri cereali come orzo e segalePer questo motivo la birra, che è prodotta con un’alta percentuale di cereali, come orzo e frumento, è altamente sconsigliata a chi soffre di celiachia, ad esclusione di quei prodotti pensati appositamente per questi utenti. Produrre birra senza glutine è un processo più complesso, che inficia a livello economico, ed inoltre influisce anche sulla qualità del prodotto finale. Questo perché esistono principalmente due metodologie di produzione: l’uso di materie prive di glutine e l’estrazione del glutine dal prodotto finale.

Mikkeller - I Wish IPA Gluten free - Birra senza glutine

Mikkeller – I Wish IPA Gluten free – Birra senza glutine

Per quanto riguarda la produzione di birre senza l’uso di orzo e frumento, si consiglia l’utilizzo di miglio, grano saraceno, quinoa, mais e riso. Da soli essi non forniscono un grande apporto al prodotto finale, rendendo il corpo della birra esile e meno ricca di aromi. La seconda metodologia è l’uso del Brewers Clarex, un enzima usato per la stabilizzazione della birra, che permette la scissione delle proteine contenute in essa, tra cui il glutine. Il tutto richiede costose analisi di laboratori, che incidono sui budget limitati dei birrifici di piccole dimensioni. 

Per questo motivo la produzione è sempre stata quasi esclusivamente dominata da produttori di birra industriale, tra cui la Estrella con la “Daura”, la Tennet’s “Lager Gluten Free” e le birre prodotte dalla Green’sIn realtà però esistono prodotti di qualità superiore, prodotte da nomi noti e alcuni meno conosciuti. La produzione è principalmente concentrata nel nord Europa, tra cui Scozia, Norvegia, Danimarca e Belgio. La beerfirm danese Mikkeller, produce la “I Wish IPA”, IPA di stampo americano con una rinfrescante carica di luppoli USA. Gli scozzesi BrewDog invece hanno sul mercato la “Vagabond Pale Ale”, dagli aromi tropicali su un corpo leggero e caramellato.

Brewdog - Vagabond Pale Ale - Birra senza glutine

Brewdog – Vagabond Pale Ale – Birra senza glutine

Rimanendo nei paesi scandinavi, più precisamente in Norvegia, Nøgne produce ben due birre senza glutine: una “Porter” ed una “Bitter”In Belgio la Brunehaut, ha nel proprio catalogo un intero spacco dei generi prodotti nella propria regione, tutti totalmente gluten free. È disponibile una Blonde, una Ambrée, una Blanche e la migliore della casa, basandoci sui commenti online, la TripelAltre birre sono prodotti degli Stati Uniti da birrifici come Dogfish Head e Stone, tuttavia quasi impossibile da trovare in Italia.

L’impressione è che gli amanti della birra celiaci dovranno ancora aspettare per trovare un’ampia scelta di birra di qualità nel mondo del gluten free, però qualcosa si sta muovendo, e le birre proposte sono una valida alternativa alle birre industriali.

Birra al mosto d'uva: il BJCP la riconosce come italiana

Gli italiani sono dei creativi? Pare che se ne stiano accorgendo anche all’estero. È notizia di poche settimane che il BJCP (Beer Judge Certification Program), ente no-profit americano per la classificazione degli stili di birra, ha introdotto per la prima volta un tipo di birra autoctono: il così detto Italian Grape Ale

Birra al mosto d'uva - Italian Grape Ale

Birra al mosto d’uva – Italian Grape Ale

Questo genere con un nome così americano e niente affatto attraente, non è altro che il sunto su una delle più grosse tendenze produttive italiane che ha contraddistinto gli ultimi anni, ovvero l’utilizzo del mosto d’uva o direttamente del frutto, nella produzione della birra. In realtà la tecnica non è nata in Italia anche se successivamente si è affermata nel nostro paese, ma è possibile farla risalire a diverse sperimentazioni provenienti dal Belgio e dagli Stati Uniti

Non è possibile parlare di birra al mosto d’uva senza ricordare la “Vigneronne”  di Cantillon, frutto di sperimentazioni eseguite da Jean-Pierre Van Roy nel lontano 1973, con uva a buccia bianca e che diedero la luce al prodotto finale nel 1987. Un altro ottimo prodotto del marchio Cantillon è la “Saint Lamvinus”, birra nata da un blend fra uva Merlot e Cabernet, maturata in botti di Bordeaux, con Lambic di due e tre anni. Verso la fine degli anni ’90, questa tecnica ha preso piede anche negli Stati Uniti grazie al lavoro tra gli altri, dei birrifici Russian River e Dogfish Head. Mentre il primo birrificio, legato al mondo del vino da Vinnie Cilurzo, coproprietario e mastro birraio nato da una famiglia di produttori di vino, si è limitato ad affinare le proprie birre in botti di

Cantillon - Vigneronne - Birra al mosto d'uva

Cantillon – Vigneronne – Birra al mosto d’uva

Chardonay, Cabernet Sauvignon e Pinot Noir, Dogfish Head ha incentrato la produzione di alcune sue birre sull’utilizzo di uva ed estratto. L’idea alla base delle produzione archeologiche di Sam Calagione, è la riscoperta di antiche ricette, tra cui ibridi fra uva e malto d’orzo, a dimostrazione che la tecnica veniva usata anche in un lontano passato. Queste ispirazioni hanno portato alla luce “Midas Touch” con moscato, “Red & White” con estratto di Pinot Noir e “Sixty-One” con Syrah prodotto in California.

In Italia questo genere però trova la patria più naturale per la propria produzione, in quanto il passato è ricco di grandi produttori di vino e uva, con la più grande diversità di ceppi di tutto il mondo. Uno dei primi birrifici italiani ad affermarsi con numerosi prodotti basati sull’uva è senza ombra di dubbio Barley. Birrificio della Sardegna, si contraddistingue per il legame con il territorio sardo e con i propri vitigni. La “BB10” è caratterizzata dall’uso di mosto cotto di Cannonau, la “BBEvò” con mosto cotto di uva Nasco e la “BB9” con uva di MalvasiaImportanti anche le produzioni del birrificio Montegioco, l’”Open Mind” utilizza mosto di Barbera e la “Tibir” con aggiunta di mosto di TimorassoUno dei birrifici italiani più conosciuti all’estero per l’utilizzo della frutta nelle proprie birre, è sicuramente LoverBeer. La “D’uvaBeer” è prodotta con l’aggiunta di mosto d’uva Freisa in fermentazione, donando finezza ed eleganza al prodotto finale, ma la chicca è sicuramente la “BeerBera”.

Barley - BB10 - Birra al mosto d'uva - Italian Grape Ale

Barley – BB10 – Birra al mosto d’uva – Italian Grape Ale

Prodotta a fermentazione spontanea con maturazione in legno e con l’aggiunta di uva Barbera d’Alba e nessun lievito aggiunto. Sono anche da segnalare la “Jadis” di Toccalmatto, la già citata, su queste pagine, “Equilibrista” di Birra del Borgo, e la “Moscata”, del birrificio pugliese Birranova, premiata come miglior birra al mosto d’uva per l’anno 2014.

Tantissimi sono i prodotti sul mercato, a dimostrazione che è un prodotto sentito e che incontra il palati già abituati al vino, ma che coinvolge anche chi il vino non l’ha mai bevuto. È il raccordo tra la vecchia tradizione italiana e quella che sta per diventare la nuova tradizione brassicola della nostra penisola.

Mort Subite "Original Gueuze" (Gueuze)

Esistono birrifici che venendo acquisiti da gruppi più grandi cercano di mantenere uno standard minimo di qualità e birrifici che purtroppo non lo fanno. In questo caso stiamo parlando della “Original Gueuze” di Mort Subite, marchio acquisito tramite l’acquisto dello storico locale belga e che fa capo al birrificio Alken-Maes, ormai di proprietà del gruppo HeinekenIn Belgio, l’unica denominazione protetta a livello europeo come specialità tradizionale del Lambic è l’Oude Geuze, per questo motivo è possibile trovare diversi prodotti di natura commerciale, che sfruttano questo antico genere come specchietto per invogliare l’acquirente all’acquisto.

Mort Subite - Original Gueuze

Mort Subite – Original Gueuze

La bottiglia è ben curata, nel classico taglio da 37.5 cl, con gabbietta e tappo di sughero, ma l’aspetto della birra desta subito qualche perplessità. Il colore è decisamente più scuro rispetto ai prodotti più tradizionali, un ambrato scuro tendete quasi al marrone, con riflessi più chiari, dorati. La schiuma a grana grossolana, è bianca e mediamente persistente, inoltre è possibile notare subito l’eccessiva carbonazione. Gli aromi provenienti da questa birra sono principalmente dovuti al malto, pilsner in particolare, e solo successivamente è possibile percepire una lieve nota riconducibile alla fermentazione spontanea. In bocca si avverte immediatamente l’eccessiva dolcezza di questa birra, in grande quantità proveniente da zucchero candito e dal mix di malti, che il colore suggerisce non essere solo pilsner e frumento usati dalla scuola classica. L’elevata carbonazione, che era visibile all’occhio, è davvero eccessiva anche al palato, probabilmente studiata per rendere la birra ancora più scorrevole. Solamente lasciando che la birra con il tempo si riscaldi, è percepibile qualche sentore selvaggio, ma davvero niente di trascendentale e contrastato dalle stucchevoli note caramellate.

Una birra che si comincia ad avvistare anche nella grande distribuzione e che non ha assolutamente niente a che fare con la tradizione antica delle birre a fermentazione spontanea e proveniente dal mondo belga. Un prodotto che magari piacerà ai palati non avvezzi alle note acide, oppure a chi proviene dal mondo delle birre industriali, ma che non è né un punto di arrivo né un giusto ponte verso birre più in linea con il genere a cui si vuol far riferimento.

Cantillon "Rosé de Gambrinus" (Sour Beer)

Cantillon - Rose de Gambrinus

Cantillon – Rose de Gambrinus

Le birre alla frutta sono uno dei generi più antichi che provengono dal Belgio. Esistono diverse versioni a seconda dei frutti che vengono lasciati in maturazione in birre tipicamente a fermentazione spontanea come il Lambic, oppure in prodotti a fermentazione mista come le Oud Bruin. La più famosa è sicuramente la Kriek prodotta con un particolare tipo di ciliegie acidule, ma si annoverano anche le Framboise, birra ai lamponi, e altre sperimentazioni con uva, albicocche e fragole.

Con l’aumentare dell’attenzione su questi prodotti di nicchia, molti produttori più attenti alle vendite stanno proponendo prodotti decisamente troppo sbilanciati sul dolce e molte volte prodotti con succo, estratti di frutta e con una quantità eccessiva di zucchero candito.

La “Rosè de Gambrinus” della Brasserie Cantillon è una birra che viene dal passato, che non ha risentito della modernizzazione e che non strizza l’occhio al consumatore meno preparato. Nonostante sia prodotta con l’aggiunta di lamponi nel Lambic invecchiato due anni, non è una birra facile e adatta a tutti. L’aspetto è molto bello, decisamente particolare all’occhio non esperto, con il suo color rosso prugna con riflessi più accesi e la sua schiuma color rosa chiaro, inizialmente vigorosa, ma che data la poca persistenza tende a svanire con il tempo. Al naso la birra è molto intensa, si avvertono subito le note dei lamponi freschi e successivamente le note acidule proveniente dalla fermentazione spontanea, mai però invasive e più bilanciate di una classica GueuzeAl palato la birra mostra la sua complessità e le proprie qualità allo stesso tempo. L’acidità iniziale non è indifferente, quasi sapida, ma che anche qui non sono eccessive. Successivamente si avverte la nota fruttata proveniente dai lamponi, ben bilanciata tra il dolce e l’acido. Nella fase finale sono avvertibili gli off flavour lasciati dal Brett, che ricordano l’aria che si respira nelle cantine o negli gli spazi chiudi dal tempo. La “Rosè de Gambrinus” ha un corpo non importante che insieme a una carbonazione media la rendono un prodotto fresco.

È una birra che sa regalare piacere, sopratutto se bevuta alla corretta temperatura di servizio, adatta ai dolci fruttati ma anche come aperitivo estivo. Un prodotto antico, ottimo per gli amanti delle birre acide e da rispettare per l’amore con cui è prodotta.

Pierre Celis: il lattaio belga che salvò le Blanche

La Blanche è un genere di birra originario del Belgio prodotto con una generosa quantità di frumento non maltato e con l’aggiunta di spezie come il coriandolo e scorze di arancia Curaçao. È un prodotto beverino, rinfrescante e ottimo per la stagione estiva, che regala piacevoli note agrumate non sempre apprezzate da tutti gli appassionati di birra. In Belgio, in particolare della zona intorno a Hoegaarden, nel diciasettesimo secolo erano operanti ben trenta birrifici che producevano Blanche sul territorio locale. Dalla fine dell’800 iniziò il declino, accellerato dalla prima e seconda guerra mondiale e dall’aumento del consumo di Pils, che portarono alla scomparsa del genere intorno al 1950.

Pierre Celis: il lattaio belga che salvò le Blanche

Pierre Celis: il lattaio belga che salvò le Blanche

Pierre Celis, nato del 1925, figlio di un allevatore locale e lattaio professionista, durante gli anni dell’adolescenza lavorò come aiutante presso uno degli ultimi mastri birrai presenti ad Hoegaarden: Louis Tomsin. Nei primi anni ’60 parlando con degli amici che si lamentarono della scomparsa delle Blanche (anche conosciuta come Witbier) e nella noiosità della classiche Lager, prese forma quello che nel 1966 venne chiamato Celis BrouwerijUn nuovo birrificio locale, dedito alla produzione dell’ormai scomparso genere della birra bianca belga che rischiava non arrivare ai giorni nostri. Acquistato un vecchio impianto con l’aiuto del padre, ebbe subito un discreto successo conquistando i gusti dei vecchi amanti e dei giovani universitari di Louvain preferendola alle Pils che invadevano il mercato. Gli affari con il tempo migliorano sempre di più guidando l’espansione del birrificio in tutto il Belgio fino all’esportazione della propria birra nei Paesi Bassi, in Francia e addirittura in America. Questo portò ad una enorme domanda di Blanche e spinse altri birrifici alla produzione di quello che attualmente è uno dei generi più prodotti sia sul territorio nazionale ma anche fra i birrifici italiani. La Blanche era salva. 

Hoegaarden - Pierre Celis

Hoegaarden – Pierre Celis

Durante il periodo invernale la vendita di birra calava, in quanto la gente richiedeva birre più forti, convincendolo alla produzione della “Gran Cru”, attualmente ancora in vendita e che ebbe un enorme successo. Nella produzione della propria witbier, chiamata “Hoegaarden” come il proprio paese ed una delle Blanche più famoso al mondo, Celis ha rivelato, di non usare luppoli belga che non fornivano il giusto apporto aromatico presente invece nell’inglese Kent Goldings e che a quel tempo la torbidezza della birra era dovuta a infezioni che rendevano la birra ottima solo per tre settimane. Una delle infezioni era dovuta ai batteri lattici che lasciavano sentori acidi nel birra, problema risolto nel primo periodo con l’introduzione di una pastorizzazione veloce. A Pierre Celis si deve anche l’introduzione del classico bicchiere basso e corpulento, derivato da un prototipo italiano scoperto in un negozio locale, ed adatto per essere immerso nel ghiaccio allo scopo di raggiungere le basse temperature di servizio.

Purtroppo all’interno nel nuovo birrificio De Kluis Brouwerij, nato per far fronte alle continue richieste del mercato, scoppiò un incendio che distrusse quasi completamento l’intero impianto. Celis era assicurato solo parzialmente e riuscì a recuperare solo 40 milioni di franchi belga sui 250 necessari per la ricostruzione. Questo lo portò ad accettare un’offerta della Stella Artois che assicurava il finanziamento per la ricostruzione dell’impianto in cambio del 45% del birrificio. Nei primi anni e fino all’acquisizione della Stella Artois da parte della multinazionale Interbrew, il mastrobirraio era libero di produrre la propria birra senza interferenza. Nel 1988, con l’avvento della nuova multinazionale belga, venne chiesto a Celis di produrre i propri prodotti con materie prime più economiche, richiesta che non poteva essere accettata e portò alla vendita del restante 55% della proprietà.

Celis White - Pierre Celis

Celis White – Pierre Celis

Celis raggiunti i 65 anni e privato della sua creatura, decise di espatriare e continuare a produrre birra negli Stati Uniti. In terra americana fondò nel 1990, la Celis Brewery, birrificio con sede a Austin, Texas. La città texana presentava un’acqua forte, ricca di calcio, come quella di Hoegaarden ed inoltre il Texas era stato scelto in quanto gli abitanti parlavano l’americano più lentamente, aiutando il belga alla comprensione dell’inglese. Come in Belgio, anche qui le proprie birre tra cui la “Celis White”, riscuote un enorme successo che richiede un’urgente espansione delle proprie attrezzature, che venne effettuato stringendo un nuovo patto con il diavolo: la vendita di una parte della società al colosso americano Miller. Negli Stati Uniti, così come era successo in Belgio, le sue birre hanno portato all’aumento della domanda locale e alla produzione da parte dei nuovi birrifici craft locali. Purtroppo però, anche questa storia finisce male, la Miller pretende più controllo sulla produzione e nel 1995 Celis vende anche questo birrificio.

Nel finale della sua vita il belga torna in patria, dove collabora con la produzione della la St. Bernardus “Wit” e della “Grotten Bier”, parente delle moderne birre Champagne.

Piere Celis ha dedicato la sua vita dedicata alla produzione di birra, forgiandone la storia salvando un genere destinato all’oblio, e purtroppo minato dalle false promesse dei grandi capitali. La sua esperienza e la sua passione dovrebbe essere di insegnamento ad ogni birraio che si rispetti.

De Struise - Pannepot 2014 (Belgian Strong Ale)

De Struise - Pannepot 2014

De Struise – Pannepot 2014

Nel mondo della birra esistono classici che non tramontano mai, birre che ogni volta che vengono riassaporate riportano alla mente le prime sensazioni provate e i ricordi legati alle bevute in compagnia di questi piccoli capolavori. Tra queste birre non è possibile non annoverare la “Pannepot” del birrificio belga De Struise, prodotto bandiera di uno dei migliori birrifici al mondo.

Detta “Old Fisherman’s Ale”, è classificabile come una Belgian Dark Strong Ale, risposta belga alle Stout inglesi ed è la rievocazione di una birra dei primi anni del ‘900 prodotta nel villaggio De Panne, vicino al confine francese. La birra bevuta è un’edizione particolarmente giovane, marcata anno 2014 e che probabilmente il tempo le avrebbe conferito ulteriore prestigio, ma come si fa a resistere a tali piaceri? Inoltre è l’edizione base, un po’ meno famosa della versioni Reserva e Gran Reserva, ma il carattere di un prodotto di questo livello è già apprezzabile e godibile.

La birra si presenta molto scura, quasi nera come una Stout ma con riflessi color tonaca di frate che le regalano un aspetto elegante, quasi da grande distillato. La schiuma è particolarmente cremosa e dal colore di crosta di pane, stranamente poco persistente rispetto ad altre edizioni assaporate. All’olfatto è possibile percepire un intenso aroma di caffè, cacao, frutta secca e malto tostato, inoltre è leggermente percepibile l’importante nota alcolica. Nonostante la rifermentazione in bottiglia, la Pannepot si presenta leggermente meno carbonata della media belga. Il corpo è importante ma non eccessivo, sicuramente più difficoltosa della Westvleteren, ma non eccessiva da rendere la birra difficile la bevuta. In bocca si avvertono sensazioni vellutate, con sapori che richiamano quelli sprigionati dalla componente olfattiva ma più intensi e con anche qui l’alcol in evidenza (10% abv). Ci si aspetta una birra molto dolce e, nonostante la componente caramellosa sia presente, è bilanciata dall’amaro donato dai malti torrefatti e dalla secchezza nel finale che rende la bevuta mai banale.

È un birra adatta alla stagione invernale, da assaporare dopo i pasti comodamente rilassati su una poltrona e che conferisce al corpo un calore sensazionale. Una delle migliori espressioni belga e che merita un posto tra le migliori birre al mondo.

Cantillon "Gueuze 100% Lambic Bio" (Gueuze)

È davvero memorabile osservare la scena di un bevitore di birra che affronta il primo sorso di Lambic, lo è ancora di più se parliamo di quelle prodotta da Cantillon. Le birre a fermentazione spontanea sono senza dubbio dei prodotti inizialmente difficile da accettare, in particolare se ci si aspetta di bere una birra e non un vino. È innegabile però che se non lo si rifiuta subito, può diventare uno dei migliori piaceri in ambito birrofilo.

Cantillon - Gueuze 100% Lambic Bio

Cantillon – Gueuze 100% Lambic Bio

La produzione di Cantillon, come la maggioranza dei produttori di Lambic di vecchia data e fedeli alla tradizione, si basa su tecniche consolidate con il tempo e la produzione è interrotta nei mesi più caldi, rendendola così un prodotto ricercato e costoso al di fuori del Belgio. La birra bevuta è la “Gueuze 100% Lambic Bio”, prodotta esclusivamente con cereali provenienti da coltivazioni biologiche e nata dal blend di tre Lambic di annate diverse: uno, due e tre anni. In bottiglia avviene una rifermentazione dovuta all’introduzione del lambic giovane e il luppolo in questo caso è esclusivamente secco, in modo da conferire solamente le proprie doti di conservazione e non il suo aroma o il suo sapore amaro. 

L’aspetto è molto elegante con il suo color ambra carico e una torbidità appena accennata. La schiuma è bianca, fine e poco persistente dovuto all’affinamento in botte. All’olfatto la birra non manca di far sentire il suo tenore, infatti è possibile percepire note di frumento, agrumi, frutta dalla buccia gialla e sentori aciduli. In bocca si scatena tutta la sua complessità dovuta dall’acido lattico ed acetico che però vengono ben bilanciati, donandole una buona beva, dal corpo medio leggero e la carbonazione presente ma non invadente. I sapori percepiti nel finale sono lievemente astringenti e ricordano la sabbia, le cantine e la rendono una birra ancora più secca di quello che è in realtà. Questa birra in particolare è giovane, imbottigliata nel Settembre del 2014, e mostra ancora il suo aspetto più selvaggio che il tempo tenderà a livellare.

Una birra di qualità elevata, complessa si, ma che rispetto a birre più impegnative dal punto di vista alcolico (ha solamente 5% abv) è bevibile anche in estate, sia come aperitivo che con cibi grassi, come prodotto da degustare con calma, apprezzandone le sfumature donate dai lieviti selvaggi e affinate dal tempo.

Birra Champagne: un metodo classico per birre moderne

Il mercato della birra e i produttori, si sono dimostrati aperti e disponibili ad apprendere e ad utilizzare tecniche provenienti da altre tipologie di produzione, tra cui quelle provenienti dal mondo del vino francese. Due sono le tendenze legate all’unione tra birra e Champagne: la prima consiste nell’impiego dei lieviti utilizzati nello Champagne e la seconda è l’utilizzo della tecnica champenoise, meglio conosciuta come metodo classico, utilizzato da Spumanti, Champagne e Franciacorta per la produzione della birra.

Metodo classico - Birra Champagne

Metodo classico – Birra Champagne

Il metodo classico è una tecnica inventata in Francia, proprio nella zona dello Champagne, che consiste nell’indurre la fermentazione in bottiglia, come viene già fatto per esempio in Belgio e tra molti birrifici artigianali, attraverso però l’introduzione del cosiddetto liqueur de tirage composto da zuccheri e lieviti selezionati. A seguito dell’imbottigliamento e della fase di riposo, che può superare anche l’anno, si passa alla fase del remuage. Le bottiglie sono disposte su cavalletti detti pupitres, dove il collo della bottiglia è posizionato più in basso rispetto al corpo, permettendo così il deposito delle fecce prodotte dai lieviti esausti. Per agevolare questo processo le bottiglie vengono girate su se stesse. L’ultima fase del processo produttivo, detto degorgement, consiste nel congelamento del liquido in prossimità del tappo, in modo che all’apertura della bottiglia la parte congelata fuoriesca, eliminando così i sedimenti lasciati dai lieviti. Successivamente il liquido che è stato espulso dalla bottiglia, viene rimpiazzato con il liqueur d’expedition, un misto di zucchero, vino o distillati che donano carattere al prodotto finale, rendendolo più o meno secco. Lo zucchero permette inoltre di aprire e armonizzare i sapori sprigionati dal mosto.

Bosteels DeuS - Birra Champagne

Bosteels DeuS – Birra Champagne

Le prime birre che hanno avuto successo commerciale e che impiegano questa tecnica provengono dal Belgio e più precisamente dalle Fiandre. I primi esperimenti sono stati realizzati dal birrificio Malheur con la “Cuvée Royale” prodotta per la prima volta nel 2005 per festeggiare il 175° anniversario del Belgio. La “Bìere Brut”, diventato un classico di questo genere, e l’ultima nata, la “Dark Brut”, maturata in botti giovani provenienti dall’America, completano l’offerta. Il birrificio Bosteels, noto per il particolare bicchiere della “Kwak” e la “Tripel Karmeliet”, produce la “DeuS” che è simile a uno champagne non solo per l’utilizzo del metodo champenoise, realizzato direttamente in Francia dai produttori di Champagne, ma anche per la bottiglia e l’etichetta impiegate che sono costate alla birrificio una citazione in giudizio da parte di Don PerignonIn Italia i primi esperimenti sono stati effettuati da Birra del Borgo di Leonardo di Vincenzo con la sua “Equilibrista”, blend tra mosto della “Duchessa”, birra al farro, e mosto di Sangiovese. Ulteriori esperimenti sono stati fatti effettuati anche con il mosto di Malvasia. Inizialmente tutto il processo era effettuato presso il birrificio, mentre nelle versioni più recenti, le ultime fasi del processo sono effettuate presso una ditta specializzata. Un’altra birra champagne è stata realizzata dal birrificio teramano Opperbacco con la “Re di Denari”, imbottigliata con lieviti Baianus e lasciata risposare per due anni in

Birra del Borgo Equilibrista - Birra Champagne

Birra del Borgo Equilibrista – Birra Champagne

bottiglia. Attualmente però non risulta essere in produzione. Nel mercato USA le birre prodotte con il metodo classico hanno avuto un enorme successo sopratutto grazie alle importazioni di Malheur e Bosteels, ma anche una buona parte della produzione di Birra del Borgo è destinata al mercato americano, andando ad aggiungersi alle birre prodotte dai birrifici americani come la “Infinium” di Samuel Adams. In Danimarca Mikkeller si è cimentato con la birra champagne con la “Nelson Sauvignon”, particolare per il proprio color ambrato scuro con riflessi rosè che si discosta dagli altri prodotti più vicini alla colorazione classica dello Champagne.

Un metodo centenario, che è stato adattato al mondo della birra grazie alla creatività dei nuovi mastri birrai e che permette la realizzazione di birre particolari che sanno sorprendere il palato.

Brasserie C “Curtius” (Tripel)

Nel recente viaggio in Belgio una tappa è stata dedicata a Liegi. Famosa per i suoi waffle, non è uno delle miglior città belga dove bere birra. Capiamoci, siamo sempre in Belgio, ma come locali e birrifici non è rinomata nel mondo brassicolo. Da qualche anno però è stata aperta la Brasserie C, piccolo brewpub fondato da due giovani soci Renaud Pirotte e Francois Dethier di 23 e 25 anni. La Curtius è acquistabile direttamente nel loro pub oppure anche nei supermercati locali. Inoltre sono molto attivi gli scambi con l’Italia ed è possibile trovarla anche in diversi beershop e locali italiani.

Brasserie C - Curtius

Brasserie C – Curtius

Assaggiata per la prima volta al Beer Park Festival di Roma, mi sorprese per la sua complessità aromatica e nonostante fosse associata al genere delle Tripel, se ne discostava per l’uso di frumento e di diverse varietà di luppolo.

Il colore giallo cupo e tendente all’ambrato risalta rispetto al color bianco della schiuma abbondante e persistente. Al naso si sentono sentori fruttati provenienti dal frumento e lievi note floreali riconducibili al lato aromatico dei tre luppoli. In bocca ci si aspetta una birra beverina ma la sua complessità aromatica la rende meno facile del previsto. In primo piano è presente la nota maltata, dolce e avvicinabile al miele, contrastata dall’alto tenore alcolico percepito (7% abv). Subito dopo sono percepibili note floreali proveniente dai luppoli e che donano alla birra un amaro secco e distante dalle classiche Tripel. La carbonazione media smorza la bevuta e nel finale è percepibile un intenso aroma di lievito proveniente dall’elevata presenza di lieviti sul fondo della bottiglia.

Una buona birra, lontana dagli standard elevati del Belgio, ma che si fa apprezzare e promette una buon futuro per i giovani mastri birrai.